Abraham Louis Rodolphe DUCROS

(Moudon 1748 – 1810 Lousanne)


Un gruppo di nobili russi durante il “Grand Tour” in visita alla Grotta di Nettuno a Tivoli, 1782-3


Olio su tela, cm 90 x 132,2


Provenienza:
Berna, collezione privata


Esposizioni:
Peintres & Pothographe Voyageur(s), a cura di Andrea Zanella,
Musée Jean-Honoré Fragonard, Grasse, 12 Aprile - 31 Dicembre 2014, p. 32.

Description

Il quadro qui in esame mostra uno sguardo all’interno della cosiddetta grotta di Nettuno a Tivoli: una grande caverna nella parete rocciosa al di sotto della cittadina nella quale si gettavano le acque dell’Aniene dopo la loro caduta nella “Cascata grande”.[1] La grotta di Nettuno figurava tra le attrazioni maggiori di Tivoli e costituiva una tappa di rigore per i “Grand-Tourists” del Settecento. Leggiamo in una descrizione anonima di un viaggiatore del 1794:

“La grotta si trova in profondità, dove il fiume, subito dopo la cascata grande, cade giù in modo verticale per delle rocce alte. Si arriva in queste profondità per uno stretto sentiero […] lungo la parete rocciosa, e chi non sta attento, può facilmente fare un salto fatale […] La grotta sembra fatta dalla natura, e parzialmente scavata dall’acqua che viene giù. Essa si presenta come un edificio di 15 piedi di altezza, altrettanto largo, che è trasparente a tre lati. La vista maestosa dell’acqua che precipita per cinque piani, il rumore, il tuono di questo elemento potente, causa a momenti spavento, a momenti piacere e ammirazione; il corpo viene scosso e lo spirito non si orienta. La grotta è coperta tutta, anche la volta, di muschio e di erbe di un bellissimo colore verde. Si sta là, sulle pietre lisce, ci si bagna e si resta pure; la scena è troppo strana e straordinaria per lasciarla immediatamente.”[2]

Il nostro quadro mostra l’interno della grotta. Si vede il grande arco scuro e massiccio della volta, dietro al quale appare la cascata dell’acqua che scorre sopra alcune rocce verso il primo piano. Sulle pietre lisce descritte dall’autore anonimo sopra citato si trovano due gentiluomini di cui uno è già in contemplazione dello spettacolo naturale, mentre l’altro si muove cautamente con l’aiuto di una guida locale. Altri due signori stanno arrivando dal sentiero a destra, accompagnati da un cane. Un altro cane annusa le piante in primo piano.

Secondo il mio parere il quadro è stato eseguito dall’artista svizzero Abraham-Louis-Rodolphe Ducros, arrivato a Roma nel 1776. Dopo un viaggio in Sicilia nel 1778 in compagnia di un gruppo di “Grand-Tourists” olandesi si stabilì nella Città Eterna. Negli anni settanta e primi anni ottanta il mercato romano per vedute e paesaggi  fu dominato dal pittore Jakob Philipp Hackert (1737-1807), però il Ducros riuscì a trovare un suo spazio proprio: nel 1780 si unì all’incisore romano Giovanni Volpato (1735-1803), vendendo con grande successo delle incisioni colorate a mano raffiguranti i monumenti antichi. In più si specializzò nella tecnica dell’acquerello colorato, trascurata da Hackert che da parte sua era famoso per i suoi disegni con inchiostro marrone. Questi acquerelli, di grande formato e eseguiti in colori luminosi, raffigurano siti ben noti come le cascate di Tivoli e Terni oppure i famosi monumenti romani e divennero ben presto il “marchio” del Ducros che in questo modo si era assicurato una nicchia propria nel mercato d’arte romano. Dopo la partenza dell’Hackert per Napoli nel 1786 la sua posizione si consolidò ulteriormente e lavorò con sempre maggiore successo, aiutato infine da due allievi, Franz Kaisermann e Filippo Giuntotardi. Nel 1793 il Ducros dovette lasciare Roma per Napoli dove visse fino al 1805,[3] dedicandosi anche a paesaggi marini. Nel 1800/1801 visitò l’isola di Malta. Tornato a Roma nel 1805, l’artista ci rimase ancora fino al 1807; dopodiché tornò in Svizzera dove fu nominato direttore d’accademia a Berna nel 1809. Morì ancora prima che poté prendere possesso di questa posizione.

Mentre gli acquerelli del Ducros si trovano in molte collezioni private e pubbliche, esistono soltanto pochi quadri ad olio dall’artista. Infatti si dedicò a questa tecnica soltanto in un breve lasso di tempo, nella prima metà degli anni ottanta del Settecento. Dal 1785 datano due dipinti non tramandati con la “Cascata delle Marmore a Terni” e la “Cascata grande” a Tivoli, descritti nel giornale d’arte romano Memorie per le Belle Arti che inoltre informa che furono eseguiti sull’ordinazione di un “Milord Breadalbane”. Sempre secondo il cronista del giornale, Ducros aveva eseguito  un altro quadro ad olio con una veduta di Siracusa e un bosco in primo piano, dove Cicerone scopre la tomba di Archimede. Questo dipinto sarebbe stato ordinato da Frederick Augustus Hervey, 4th Earl of Bristol e vescovo protestante di Derry (1730-1803).[4] Mentre questi quadri non sono tramandati, è noto un dipinto con una veduta del tempio della Sibilla a Tivoli (si veda ill. 1).[5] Riguardo ai quadri ad olio del Ducros informa infine il catalogo della mostra svoltasi a Kenwood nel 1985:

“Between 1782 and 1785 Ducros painted several ‘conversation pieces’ in oil. This type of portrait, fashionable since Pompeo Batoni painted his masterpieces, was taken up by many […] But Ducros did not persevere in this particulare field, being more at ease with the large water-colour landscapes which were to become his speciality after 1785.”[6]

A questi “conversation pieces” appartengono, anche se mostrano i personaggi in un contesto di paesaggio, due quadri ad olio che furono eseguiti su ordinazione di un committente di altissimo rango: si tratta del granduca Pavel Petrovich Romanov, futuro zar Paolo I (1754-1801), che visitò Roma insieme alla moglie Maria Feodorovna (nata principessa di Württemberg, 1759-1828) e il fratello di lei, il principe Friedrich di Württemberg, futuro re Federico I (1754-1816) nel febbraio del 1782. Anche se la nobile coppia viaggiò in incognito sotto il nome di „conti del Nord“, la loro presenza a Roma destò subito grande attenzione, e i loro spostamenti, le visite ai monumenti e agli studi degli artisti furono commentati per esempio nel giornale edito dai fratelli Chracas, il Diario Ordinario. Il 9 marzo 1782  intrapresero una gita a Tivoli dove il paesaggista Jakob Philipp Hackert gli servì da guida; anche questo avvenimento venne commentato nel Diario Ordinario.[7] Anche se il giornale romano non menziona la presenza del Ducros, quest‘ultimo fece sicuramente parte del gruppo attorno ai granduchi. Infatti ricevette l‘incarico di documentare la loro visita della grotta di Nettuno in un grande quadro oggi a Pawlovsk (si veda ill. 2).[8] In primo piano appaiono delle figure eseguite con grande maestria e mostrate in ogni dettaglio del loro abbigliamento: si vede una signora di portamento imperiale, senza dubbi la granduchessa, che porge la mano ad un signore con un mantello porporeo, il suo sposo; egli regge un ombrello sopra la testa della consorte, forse perché nell‘atmosfera umida della grotta potevano cadere delle gocce. Altri personaggi del seguito della coppia imperiale stanno arrivando sulla loro destra. Il quadro mostra la grotta da un punto di vista più lontano del dipinto qui presente; a sinistra si scorge anche la caduta della Cascata grande e gli edifici di Tivoli in cima alla parete rocciosa.

A questo dipinto il Ducros ha dato un pendant che mostra i granduchi durante la loro visita al Foro Romano (si veda ill. 3);[9] anche qui le figure sono eseguite con moltissima cura. Come nel quadro osservato prima, spicca la figura statuaria della giovane granduchessa, evidentemente più alta del suo marito.

Torniamo al dipinto qui in esame. Innanzitutto è da constatare che esso è differente, grazie alla resa eccellente delle figure, dalla moltitudine di raffigurazioni della grotta da parte di pittori più o meno noti. Due gentiluomini, accompagnati da guide locali, hanno già raggiunto l‘acqua al centro del quadro: mentre uno è visibile soltanto da dietro, la faccia del secondo, anche se parzialmente coperta dal cappello, è riconoscibile di profilo. Egli indossa pantaloni bianchi ed una giacca rossa, dalle cui maniche escono i pizzi della sua camicia altrettanto bianca. Altri due signori si avvicinano da destra. Quello a sinistra, vestito con una giacca turchese, un gilet di un colore argentato con un jabot di pizzi bianchi nella scollatura ed eleganti calze di seta bianche, ha infilato con sciolta disinvoltura la mano sinistra nella tasca dei pantaloni. Con l‘altra mano mostra la grotta in un gesto espansivo, usando la sua sciabola come bastone per indicare: evidentemente sta spiegando qualcosa al suo compagno. Quest‘ultimo tiene una cartella sotto il braccio e ascolta con attenzione, la destra alzata con il dito puntato, come se stesse aspettando soltanto il momento giusto per interrompere il discorso dell‘altro ed aggiungere un dettaglio importante. Al contrario del personaggio al suo fianco, egli veste degli stivali meno eleganti ma più adatti all‘ambiente umido, la sua giacca è di un colore meno stravagante ed al posto della sciabola tiene in mano un bastone: possiamo dedurre che quest‘uomo è di rango sociale inferiore; la cartella farebbe pensare che egli sia uno studioso, ben preparato alla visita della grotta. Colpisce la maestria con la quale sono state eseguite le figure dei gentiluomini e il loro accompagnatore. Ben visibile è la faccia con le guance rotonde ed il leggero doppiomento del signore in turchese, ma anche quella del suo compagno che invece presenta delle guance piuttosto scarne. Senza dubbi queste figure possiedono dei modelli reali; possiamo quindi constatare che qui si tratti di ritratti.

La similitudine nella resa delle figure ci permette di confrontare il quadro nostro con il dipinto oggi a Pawlovsk. Ambedue i dipinti hanno misure simili, la grandezza delle figure nel confronto con la grotta circostante è uguale. Molto simile è la resa della roccia scura e la divisione dello spazio dell‘immagine in zone ombreggiate e illuminate. Le piante verdi con le grosse foglie, nel nostro quadro visibili al bordo inferiore, appaiono a sinistra dell‘acqua nel dipinto di Pawlovsk.   

Vorrei quindi avanzare l’ipotesi che il quadro qui in esame fu eseguito dal Ducros in stretto collegamento con la “veduta della grotta di Nettuno” oggi a Pawlovsk, probabilmente attorno al 1782. I signori raffigurati nel nostro dipinto potrebbero essere membri della comitiva di viaggio che accompagnava i granduchi russi; uno di loro avrebbe potuto volere anch’egli un ricordo del soggiorno a Tivoli, ordinando un rispettivo quadro al Ducros. Nel nostro dipinto il pittore mostra soltanto la grotta con la caduta dell’acqua sullo sfondo, forse su un preciso ordine del committente. Il contrasto dell’acqua chiara, resa con maestria nella sua trasparenza e immaterialità, con le rocce massicce della grotta ed infine le varie illuminazioni di essa (dall’oscuro più totale alla penombra ed a certe parti soleggiate) svelano ancora una volta il grande talento dell’artista e fanno del quadro un capolavoro.

Dei gentiluomini soltanto quello con la giacca turchese è mostrato con la faccia completamente scoperta, e si potrebbe osare il tentativo di dare un nome a questo volto. C’è un personaggio del seguito dei granduchi che si presterebbe ad un’identificazione: il principe Nicolai Borisovich Yusupov (1750-1831), grande amatore delle arti e proprietario di una delle collezioni più importanti della sua epoca.[10] Sono tramandati due ritratti del principe di Heinrich Friedrich Füger (1751-1818, si veda ill. 4)[11] e di Johann Baptist Lampi il vecchio (1751-1830, si veda ill. 5)[12] che mostrano la faccia rotonda, il leggero doppiomento e il naso appuntito del giovane nobile russo, paragonabili ai tratti del gentiluomo nel quadro del Ducros.

L’uomo al suo fianco invece, caratterizzato dal gesto professorale e dalla cartella, potrebbe essere da identificare con uno dei quattro studiosi che accompagnarono i granduchi al loro viaggio. Si trattava del poeta Friedrich Maximilian Klinger (1752-1831), lettore di Pavel Petrovich; di Ludwig Heinrich Nicolay (1737-1820), direttore dell’accademia delle scienze a S. Pietroburgo; del teologo Andrej Samborskij (1732-1815), e del bibliotecario della coppia imperiale, lo svizzero Franz Hermann Lafermière (1737-1796).[13] Uno di loro potrebbe essere raffigurato qui.

Anche se l‘identificazione dei personaggi qui proposta non può che essere un tentativo per l‘interpretazione del quadro, questo eccelle sia per la raffigurazione delle figure che per la resa della grotta con la cascata sullo sfondo. Il dipinto può essere definito un capolavoro del Ducros e va affiancato rispetto alla qualità, ma anche rispetto al significato nell‘opera del pittore, al dipinto ordinato dai granduchi russi oggi a Pawlovsk.

Roma, lì 22 maggio 2012                                                             Dr. Claudia Nordhoff


[1] Il corso dell’Aniene fu cambiato dopo un’alluvione nel 1826, e le cascate, famose nel Settecento, oggi non si visitano più nella loro forma antica. La grotta di Nettuno però è rimasta inalterata. Per l’argomento si veda Sante Viola, Cronaca delle diverse vicende del fiume Aniene in Tivoli, Roma 1835, p. 54-58.

[2] Tagebuch einer Reise nach Italien, im Jahre 1794. Mannheim 1802, p. 134: „Die Grotte liegt in der Tiefe, wo sich der Fluß gleich nach dem großen Wasserfall über die hohen Felsen senkrecht herunter stürzet; in diese Tiefen zu kommen, führt ein schmaler Fußpfad […] längs den Felsen hin, und wer seine Sinne nicht recht zusammen behaltet, kann da leicht einen fatalen Sprung machen. […] Diese Grotte scheint von der Natur geschaffen, und theils durch das herunter strömende Wasser ausgehöhlt zu seyn. Solche stellt ein 15 Schuh hohes und eben so breites Gebäude vor, welches auf drey Seiten durchsichtig ist. Der majestätische Anblick des, über 5 Etagen hoch herunterstürzenden Wassers, das Geräusche, das Getöse, ja das Donnern dieses gewaltigen Elementes, verursachet abwechselnd Schrecken und Bewunderung, so wie Vergnügen; der ganze Cörper wird erschüttert, und der Geist weis sich kaum zu finden; die Grotte ist ringsumher, so wie auch das Innere des Gewölbes mit Moos und Kräuter von prächtiger grüner Farbe bewachsen. Man steht da auf den glatten Steinen, wird naß, und man bleibet dennoch stehen; die Scene ist zu fremd und zu auffallend, als daß man solche so geschwinde wieder verlassen könnte.“ Per l’argomento si veda anche il catalogo della mostra Reise ins unterirdische Italien. Grotten und Höhlen in der Goethezeit. Hrsg. Fritz Emslander, Frankfurt a. M., 2002.

[3] Come conseguenza della rivoluzione e del terrore in Francia, a Roma si era sviluppato un clima ostile ai francesi che nel 1793 ha portato al linciaggio del segretario dell’ambasciata francese, Nicolas Jean Hugon de Basseville. Dopo questo evento, molti artisti e stranieri anche di altre nazioni lasciarono la città. 

[4] Memorie per le Belle Arti I, 1785, p. 55-56.

[5] Abraham-Louis-Rodolphe Ducros, “veduta del tempio della Sibilla a Tivoli”. Collezione privata. Olio su tela, 78 x 108 cm, non firmato. Per il dipinto si veda il catalogo della galleria Daxer & Marschall (insieme alla galleria Thomas le Claire), Perception of nature. A selection of 18th a


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