Romano DAZZI

(Roma 1905 – La Lima  1976)


Prete Copto, 1925


Matita su carta avorio
mm 310 x 210
Dedica in basso a destra: alla Signora Fernanda Ojetti / con profonda devozione / Romano Dazzi / 1925
A sinistra timbro della raccolta Ojetti


Provenienza:
Firenze, collezione Ugo Ojetti; Firenze, collezione privata


Esposizioni:
Libero Andreotti, Antonio Maraini, Romano Dazzi. Gli anni di Dedalo, Galleria Francesca Antonacci, Roma, 2009


Bibliografia:
Ugo Ojetti, I disegni di Romano Dazzi, Milano, Bassetti e Tumminelli, 1920.
Disegni di Romano Dazzi, catalogo della mostra a cura di Giovanna De Lorenzi (Firenze, Uffizi, Gabinetto dei disegni e stampe), Firenze, Olschki, 1987.
Giovanna De Lorenzi, Ugo Ojetti critico d'arte: dal Marzocco a Dedalo, Firenze, Le Lettere, 2004.
Romano Dazzi, disegni, catalogo della mostra a cura di Galleria Lapiccirella, (Roma, Palazzo Venezia) Firenze, Lapiccirella, 2004.
Libero Andreotti, Antonio Maraini, Romano Dazzi, gli anni di Dedalo, catalogo della mostra a cura di Francesca Antonacci, Giovanna Caterina de Feo, (Roma, Galleria Francesca Antonacci, 14 maggio - 26 giugno 2009) Roma 2009.

Descrizione

Romano Dazzi, figlio del noto scultore Arturo, nasce a Roma nel 1905. Fin da bambino mostra di possedere spiccate doti artistiche, tant'è che nel 1919, appena quattordicenne, la Galleria d’Arte Bragaglia allestisce una sua esposizione presentando al pubblico centoquaranta disegni, l'introduzione al catalogo è redatta da Ugo Ojetti, uno dei tanti illustri amici di famiglia. La mostra riscuote un sorprendente successo di pubblico e critica, molti nomi autorevoli del panorama artistico dell'epoca ritrovano nel giovane Dazzi l’emblema di quella nuova generazione maturata in seguito alla Grande Guerra. Tra i soggetti favoriti dall'artista vi erano soprattutto scene di combattimento, oltre a straordinari ritratti di animali selvaggi visti, in realtà, al giardino zoologico della sua città, dove il ragazzo era solito passare intere giornate disegnando. Ojetti nota immediatamente il prodigioso talento del ragazzo e decide di seguire da vicino il suo percorso artistico. In questi anni i disegni di Dazzi erano ancora contrassegnati da uno stile acerbo caratterizzato da un segno rapido ed "espressionista", non linea con il gusto più pacato e meditato di Ojetti. Il critico tenta di educare il ragazzo verso una nuova espressione insegnandogli a governare l’esuberanza della propria creatività con la forza ordinatrice dello stile. Il quotidiano controllo esercitato da Ojetti sul giovane sembra dare subito buoni frutti, tuttavia Dazzi si sentiva lontano da questa pacatezza stilistica. Il pretesto per sganciarsi da questa pesante tutela glielo offre, nel 1923, l’invito da parte del governo italiano di documentare con una campagna di disegni la spedizione militare in Libia al seguito del maresciallo Graziani. I mesi trascorsi nel deserto lasciano in Dazzi un segno indelebile. La qualità del lavoro scaturito da quest’esperienza è straordinaria, ma non sempre in linea con le indicazioni di Ojetti, così il rapporto tra i due volge all’epilogo. Fu una rottura amara, vissuta dal critico con risentimento.
Negli anni successivi Dazzi si concentra su quelli che saranno i motivi peculiari della sua ricerca: la resa del movimento, il non finito e l’idealizzazione delle forme. In Italia però questa linea artistica è destinata alla sconfitta, sarà invece l’indirizzo teorizzato da Ojetti che rimarrà punto di riferimento del gusto estetico per molte decadi.

Il disegno Prete copto, poiché datato 1925, è successivo al viaggio di Dazzi in Libia. Il foglio appare comunque eseguito sull'onda dei ricordi africani, i quali restano indelebili nella memoria dell'artista anche a distanza di qualche anno. Dazzi scrive intorno al 1927-28: «[...] E tutto il rimpianto del deserto, del silenzio, dello spazio mi gonfia il petto, e col pensiero mi riporto a quella vita che più ho amato, dove più mi sono ritrovato e che è tanto difficile tornare a vivere. [...] E il sentimento della diretta rispondenza tra l'uomo e il mondo, tra il suo mondo e il grande mondo, come uno spirito che tende a ricongiungersi al grande spirito, senza più limitazioni e ingombri corporali» (De Lorenzi, 1987, p. 23).
Il prete copto è ritratto di profilo con in testa il tradizionale cappello e la lunga tunica ad avvolgere il corpo. Lo sguardo appare in ombra, mentre il volto serio e grave ne sottolineano la contemplazione mistica. L'opera, come esplicita la dedica in basso a destra, era stata realizzata per Fernanda Ojetti, moglie dell'amico e critico Ugo, infatti è stata parte della raccolta degli Ojetti.


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