Romano DAZZI

(Roma 1905 – La Lima 1976)


Libico con il fucile, 1923 ca.


Matita nera su carta avorio
mm. 210 x 310
In basso a destra timbro della raccolta Ojetti


Provenienza:
Firenze, collezione Ojetti; Firenze, collezione privata.


Esposizioni:
Libero Andreotti, Antonio Maraini, Romano Dazzi. Gli anni di Dedalo, Galleria Francesca Antonacci, Roma, 2009


Bibliografia:
Ugo Ojetti, I disegni di Romano Dazzi, Milano, Bassetti e Tumminelli, 1920.
Disegni di Romano Dazzi, catalogo della mostra a cura di Giovanna De Lorenzi (Firenze, Uffizi, Gabinetto dei disegni e stampe), Firenze, Olschki, 1987.
Giovanna De Lorenzi, Ugo Ojetti critico d'arte: dal Marzocco a Dedalo, Firenze, Le Lettere, 2004.
Romano Dazzi, disegni, catalogo della mostra a cura di Galleria Lapiccirella, (Roma, Palazzo Venezia) Firenze, Lapiccirella, 2004.
Libero Andreotti, Antonio Maraini, Romano Dazzi, gli anni di Dedalo, catalogo della mostra a cura di Francesca Antonacci, Giovanna Caterina de Feo, (Roma, Galleria Francesca Antonacci, 14 maggio - 26 giugno 2009) Roma 2009.

Descrizione

Romano Dazzi, figlio del noto scultore Arturo, nasce a Roma nel 1905. Fin da bambino mostra di possedere spiccate doti artistiche, tant'è che nel 1919, appena quattordicenne, la Galleria d’Arte Bragaglia allestisce una sua esposizione presentando al pubblico centoquaranta disegni, l'introduzione al catalogo è redatta da Ugo Ojetti, uno dei tanti illustri amici di famiglia. La mostra riscuote un sorprendente successo di pubblico e critica, molti nomi autorevoli del panorama artistico dell'epoca ritrovano nel giovane Dazzi l’emblema di quella nuova generazione maturata in seguito alla Grande Guerra. Tra i soggetti favoriti dall'artista vi erano soprattutto scene di combattimento, oltre a straordinari ritratti di animali selvaggi visti, in realtà, al giardino zoologico della sua città, dove il ragazzo era solito passare intere giornate disegnando. Ojetti nota immediatamente il prodigioso talento del ragazzo e decide di seguire da vicino il suo percorso artistico. In questi anni i disegni di Dazzi erano ancora contrassegnati da uno stile acerbo caratterizzato da un segno rapido ed "espressionista", non linea con il gusto più pacato e meditato di Ojetti. Il critico tenta di educare il ragazzo verso una nuova espressione insegnandogli a governare l’esuberanza della propria creatività con la forza ordinatrice dello stile. Il quotidiano controllo esercitato da Ojetti sul giovane sembra dare subito buoni frutti, tuttavia Dazzi si sentiva lontano da questa pacatezza stilistica. Il pretesto per sganciarsi da questa pesante tutela glielo offre, nel 1923, l’invito da parte del governo italiano di documentare con una campagna di disegni la spedizione militare in Libia al seguito del maresciallo Graziani. I mesi trascorsi nel deserto lasciano in Dazzi un segno indelebile. La qualità del lavoro scaturito da quest’esperienza è straordinaria, ma non sempre in linea con le indicazioni di Ojetti, così il rapporto tra i due volge all’epilogo. Fu una rottura amara, vissuta dal critico con risentimento.
Negli anni successivi Dazzi si concentra su quelli che saranno i motivi peculiari della sua ricerca: la resa del movimento, il non finito e l’idealizzazione delle forme. In Italia però questa linea artistica è destinata alla sconfitta, sarà invece l’indirizzo teorizzato da Ojetti che rimarrà punto di riferimento del gusto estetico per molte decadi.

Il disegno fa parte del corpus di fogli libici eseguito in occasione della campagna di documentazione della spedizione militare italiana in Libia, lavoro che attesta le straordinarie capacità illustrative e descrittive dell'artista. In questi disegni aveva ritratto principalmente ascari, soldati, ritratti di libanesi e figure nel deserto. I bivacchi e le lunghe marce notturne avevano molto affascinato Dazzi, il quale era rimasto incantato soprattutto dalle immense notti stellate del deserto. L'importanza dei disegni nati durante il soggiorno libico non corrisponde pienamente all'impatto e la profondità che questa esperienza aveva lasciato nella vita artistica e personale del giovane.
Libico con il fucile raffigura un soldato con indosso la tradizionale divisa libica mentre punta il fucile, ritratto sotto due diversi punti di vista, frontalmente e di profilo, mentre sullo sfondo vi è un cammello a riposo. Il segno, seppur ancora irruento, si mostra ora più preciso ed una maggiore attenzione è data alla resa del chiaroscuro. Nei primi anni Venti Dazzi sembra iniziare a seguire i dettami dati dal suo maestro Ojetti, il quale voleva che l'irruenza istintiva e le deformazioni espressionistiche dei primi disegni del giovane fossero abbandonate a favore di un pieno controllo del segno, del volume e del chiaroscuro.


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