Romano DAZZI

(Roma 1905 – La Lima 1976)


Ritratto di quattro leopardi, 1919


Matita nera e matita grassa su carta, mm 210 x 310
Firmato e datato a matita: R. Dazzi 1919


Provenienza:
Firenze, collezione Ugo Ojetti; Firenze, collezione privata


Esposizioni:
Libero Andreotti, Antonio Maraini, Romano Dazzi. Gli anni di Dedalo, Galleria Francesca Antonacci, Roma, 2009


Letteratura:
Ugo Ojetti, I disegni di Romano Dazzi, Milano, Bassetti e Tumminelli, 1920, tav. LI.
Disegni di Romano Dazzi, catalogo della mostra a cura di Giovanna De Lorenzi (Firenze, Uffizi, Gabinetto dei disegni e stampe), Firenze, Olschki, 1987.
Giovanna De Lorenzi, Ugo Ojetti critico d'arte: dal Marzocco a Dedalo, Firenze, Le Lettere, 2004.
Romano Dazzi, disegni, catalogo della mostra a cura di Galleria Lapiccirella, (Roma, Palazzo Venezia) Firenze, Lapiccirella, 2004.
Libero Andreotti, Antonio Maraini, Romano Dazzi, gli anni di Dedalo, catalogo della mostra a cura di Francesca Antonacci, Giovanna Caterina de Feo, (Roma, Galleria Francesca Antonacci, 14 maggio - 26 giugno 2009) Roma 2009.

Description

Romano Dazzi, figlio del noto scultore Arturo, nasce a Roma nel 1905. Fin da bambino mostra di possedere spiccate doti artistiche, tant'è che nel 1919, appena quattordicenne, la Galleria d’Arte Bragaglia allestisce una sua esposizione presentando al pubblico centoquaranta disegni, l'introduzione al catalogo è redatta da Ugo Ojetti, uno dei tanti illustri amici di famiglia. La mostra riscuote un sorprendente successo di pubblico e critica, molti nomi autorevoli del panorama artistico dell'epoca ritrovano nel giovane Dazzi l’emblema di quella nuova generazione maturata in seguito alla Grande Guerra. Tra i soggetti favoriti dall'artista vi erano soprattutto scene di combattimento, oltre a straordinari ritratti di animali selvaggi visti, in realtà, al giardino zoologico della sua città, dove il ragazzo era solito passare intere giornate disegnando. Ojetti nota immediatamente il prodigioso talento del ragazzo e decide di seguire da vicino il suo percorso artistico. In questi anni i disegni di Dazzi erano ancora contrassegnati da uno stile acerbo caratterizzato da un segno rapido ed "espressionista", non linea con il gusto più pacato e meditato di Ojetti. Il critico tenta di educare il ragazzo verso una nuova espressione insegnandogli a governare l’esuberanza della propria creatività con la forza ordinatrice dello stile. Il quotidiano controllo esercitato da Ojetti sul giovane sembra dare subito buoni frutti, tuttavia Dazzi si sentiva lontano da questa pacatezza stilistica. Il pretesto per sganciarsi da questa pesante tutela glielo offre, nel 1923, l’invito da parte del governo italiano di documentare con una campagna di disegni la spedizione militare in Libia al seguito del maresciallo Graziani. I mesi trascorsi nel deserto lasciano in Dazzi un segno indelebile. La qualità del lavoro scaturito da quest’esperienza è straordinaria, ma non sempre in linea con le indicazioni di Ojetti, così il rapporto tra i due volge all’epilogo. Fu una rottura amara, vissuta dal critico con risentimento.
Negli anni successivi Dazzi si concentra su quelli che saranno i motivi peculiari della sua ricerca: la resa del movimento, il non finito e l’idealizzazione delle forme. In Italia però questa linea artistica è destinata alla sconfitta, sarà invece l’indirizzo teorizzato da Ojetti che rimarrà punto di riferimento del gusto estetico per molte decadi.
Nel 1919 Dazzi inaugura a Roma la sua mostra presso la galleria Bragaglia, in occasione della quale espone principalmente immagini di guerra, animali e ritratti. Per l'artista questa rappresenta un'importante occasione per fare conoscere la propria opera grafica al grande pubblico. I soggetti esposti da Bragaglia erano quelli a cui l'artistasi era dedicato con entusiasmo  fin dai suoi esordi: butteri, cavalli, animali, ritratti e disegni di figura.
Il disegno Quattro leopardi rientra nel nucleo di opere giovanili dell'artista, tant'è che il segno appare ancora estremamente irruento ed istintivo. Ojetti, che prese in carico la formazione artistica del giovane Dazzi, non apprezzava l'espressionismo di tale grafica, tant'è che a seguito della mostra da Bragaglia scrive al padre dell'artista: «[...] deve (Romano Dazzi) uscire dal bozzetto ed elevarsi al disegno definitivo, meditato, costruito come un quadro, ben posto nel centro d'un foglio di carta pulito e rispettabile» (Giovanna De Lorenzi, 1987, p. 19).
Il leopardo appare qui immortalato e studiato in quattro diversi posizioni che già lasciano presagire l'interesse che Dazzi svilupperà nella successiva produzione per la resa del movimento.


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