Ippolito CAFFI

(Belluno, 1809 – Lissa 1866)


Egitto: Carovana nel deserto


Olio su tela
cm. 52 x 84 


Firmato in basso a destra: Caffi 1846

Description

Il 5 settembre 1843, con un vapore francese,  Ippolito Caffi salpa da Napoli, dove aveva soggiornato da luglio, e parte l’Oriente. E’ un viaggio che l’artista ha molto sognato[1], forse sedotto da quel gusto dell’esotico che aleggiava per l’Europa, forse rispondendo ad un richiamo interiore che sempre nella vita lo portò a peregrinare, a conoscere terree città, a ritrarre, taccuino, tavolozza e pennelli alla mano, le particolarità di luoghi diversi e genti diverse con un’attenzione che lo discosta dagli “orientalisti” per antonomasia, da Delacroix a Chassériau, e dalle loro tele popolate di harem e di odalische. Prima di lui solo un altro artista italiano, Raffaele Carelli, si era spinto in un tale viaggio, nel 1839, al seguito del Duca di Devonshire. Per gli artisti italiani, infatti, il “mal d’Oriente” inizia in ritardo rispetto al resto d’Europa, che ne aveva visto il fiorire in Francia già agli albori dell’Ottocento, sull’onda dei successi della campagna napoleonica. Non tutti gli artisti che subirono il fascino della corrente orientalista intrapresero concretamente viaggi nei luoghi che raffiguravano; e comunque ne davano spesso una interpretazione onirica, venata di leggenda, costruendo un racconto più immaginato che realmente vissuto. Così non poteva essere per Ippolito che aveva messo ai primi posti del proprio codice poetico l’osservazione concreta, personale e diretta della realtà che voleva raffigurare.

Durante il viaggio egli raggiunge la Grecia, la Turchia, l’Egitto, la Palestina, in un peregrinare che dura dall’autunno del 1843 alla primavera del 1844. In Egitto rimane per tre mesi, trasferendosi da Alessandria al Cairo, a Suez, al deserto della Nubia e trascrive appunti su appunti, per memorizzare personaggi e luoghi, con un’attenzione estremamente partecipe, da reporter moderno. Egli osserva non con occhio e curiosità “turistica”, ma con l’attenzione del cronista-pittore che vuole catturare non solo lo spirito dei luoghi, ma i loro colori e le loro luci. Caffi giunge in Egitto nel dicembre 1843 e in poco più di un mese percorre, da solo, territori assai vasti, e non certo sicuri. Già in Grecia era stato derubato più di una volta, e ora, affrontando questi percorsi ancora più ignoti, aggregandosi a carovane rabberciate, è costretto a soluzioni di fortuna, a cercare di tutelarsi dai predoni vestendo, lui dice,  un “costume persiano” per meglio confondersi tra i locali e correre meno rischi[2]. Così scrive ad Antonio Tessari l’8 febbraio dell’anno successivo: “Da Alessandria a Jaffa e Gerusalemme benché fossimo scortati da sufficiente truppa di militari, siamo stati derubati e malconci dagli arabi e beduini i quali non conoscono altre leggi che la propria inclinazione e le proprie armi”. Eppure, l’immagine dell’Oriente che esce dai suoi fogli e dai suoi quadri è un racconto affettuoso e partecipe, si allontana sempre più da quella  leggendaria e fiabesca di moda, testimonia la sua ricerca di verità, una empatia che rimarrà viva nella mente e nei ricordi, anche quando si troverà a tradurli in tele ben più grandi dei “modelli” che realizzava in loco, o ad affresco sulle pareti di Palazzo Spineda a Treviso, di villa Miari a Sedico di Belluno o su quelle della propria casa veneziana alle spalle di Piazza San Marco[3].

Al suo ritorno in Italia, Caffi custodì con particolare cura i “modelli” realizzati durante il viaggio, che rimasero in gran parte il materiale di base con l’aiuto del quale realizzò poi le repliche degli anni successivi, ricche sempre di numerosissime varianti. Soggetti erano amatissimi dal pittore: infatti nel fondo di Ca’Pesaro, che custodisce le opere ancora presenti nello studio alla sua morte, si ritrovano ben 55 dipinti riferibili al viaggio  “orientale”, di cui 27 dedicati al solo Egitto.

Il radioso dipinto oggetto di questo studio raffigura una delle immagini più seducenti che si impressero nella fantasia di Ippolito. Il fascino di queste carovane che migrano nel deserto, in un’atmosfera sospesa, senza tempo, è assolutamente tangibile: si diffonde nell’aria e si riflette nella materia pittorica stessa, si ammanta del calore del sole e ne riflette la dorata luminosità.

Uno dei modelli realizzati da Caffi durante il viaggio[4] mostra una scenografia assai simile alla nostra tela. Firmato e datato “Caffi 1843. Viaggio nel deserto”, esso reca sul retro un’ulteriore precisazione autografa: “Carovana nel deserto che da Alessandria mette al Cairo”. Una seconda versione, datata 1844, anch’essa di dimensioni minori rispetto all’esemplare qui analizzato, si trova al Museo Civico di Belluno[5]. Considerata dalla Pittaluga “prova di scarso significato”[6], questa tela mostra effettivamente una vivacità ed accuratezza minore rispetto all’esemplare veneziano e a quello qui trattato, ma si salva per certa vivacità delle figurine che sostengono numerose l’intero racconto.

A pochissimi anni di distanza Ippolito riprende il tema e realizza questa Carovana nel deserto, soggetto analogo ma al tempo stesso completamente autonomo, di assoluta libertà creativa ed espressiva. Lungo lo spazio di un deserto infinito, dove l’orizzonte diventa amplissimo e luminosissimo, le tende dei beduini  sono montate quasi a ridosso del grande obelisco dietro al quale si staglia, abbagliante, il sole. Siamo nei pressi di Heliopolis, non lontano dal Cairo, dove sorgeva e tuttora sorge il grande obelisco di Sesostri I° (Ankh Misut), faraone della XII dinastia, morto nel 1919 a.C., una delle costruzioni più note del Medio Regno. Lontanissimo, sulla linea dell’orizzonte si intravede la silhouette di una delle tre piramidi di Giza. Al silenzio assolato che abbraccia lo spazio fa da contrappunto la colorata espressività dei personaggi che popolano la scena, con i loro costumi e la dinamicità dei loro animali. Il dialogo serrato di uomini, cammelli e cavalli, rivela un’empatia profonda, che il pittore non nasconde. Sulla destra, in secondo piano, come in un sogno, sfila, evanescente, una teoria di figure in marcia, resa quasi trasparente dalla rifrangenza di una luce vivissima.

                                                                                                                                                   Annalisa Scarpa


[1] “Io partirò da qui fra giorni per la Grecia e Costantinopoli, viaggio che da più anni avevo fissato di fare, né lascerò quei luoghi senonché dopo ave fatto tutte quelle memorie che crederò più utili e interessanti sotto più rapporti”. Belluno, Biblioteca Civica,  Lettera di Ippolito Caffi ad Antonio Tessari, 14 marzo 1843.

[2] A. Scarpa, Ippolito Caffi: la calda luce delle terre d’Oriente, in E.Angiuli – A. Villari, Incanti e scoperte. L’Oriente nella Pittura dell’Ottocento italiano, Milano 2011.

[3] Gli affreschi Riposo di una carovana presso le piramidi e  Carovana presso Tebe al tramonto, che si accompagnano ad una veduta del Foro Romano vennero restaurati e trasferiti su tela nel 1956, e fanno parte ora delle collezioni delle Assicurazioni Generali. L’artista usò una tecnica particolarissima da lui stesso inventata, che egli definisce stereocromatica. Vedi: A.Scarpa, Caffi. Luci del Mediterraneo, Milano 2005, nn. 143-144, pp. 296-297 e n. 93, p.285.

[4] Venezia, Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro, Inv. 1699; 24 x 40 cm

[5] Inv.  n. 545; olio su tela, 31,5 x 44,5. M. Lucco, Il Museo Civico di Belluno. I dipinti, Vicenza 1983, p.48, n. 105; R. Boscaglia, Gli Orientalisti Italiani. Cento anni di esotismo 1830 – 1940, Venezia 1998, p. 112, n. 27.

[6] M. Pittaluga, Ippolito Caffi, Vicenza 1971, p. 85.


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