Sirio TOFANARI

(Firenze 1886 - Milano 1969)


Vecchio elefante, 1923


Bronzo a cera persa, cm.: alt 64 x 72 x 22
base in marmo Verde delle Alpi, cm. 35 x 27 x 3
Firmato sulla base: Tofanari Sirio / parzialmente leggibile: Fonderia Marinelli Firenze cp


Esposizioni:
Mostra individuale di Serafino Macchiati, Sirio Tofanari, Mario Sotgia, Milano, Galleria Pesaro, maggio 1923, cat. 23.


Provenienza:
Roma, collezione privata.

Description

Sirio Tofanari nasce a Firenze nel 1886. Dopo aver conseguito il diploma all'Accademia di Belle Arti si perfeziona come scultore autodidatta durante soggiorni studio a Londra e Parigi. A soli ventidue anni, nel 1908, esordisce alla Mostra d'Arte Decorativa di Faenza e, quello stesso anno, alla promotrice di Belle Arti di Torino dove ottiene un acquisto reale. Nel 1909 espone per la prima volta alla Biennale di Venezia dove la Galleria d'Arte Moderna di Firenze acquista una delle sue opere. In quell'occasione inoltre viene notato da Ugo Ojetti, che diventerà uno dei suoi più convinti sostenitori e collezionisti. Nel corso degli anni Venti l'artista si afferma sia sul mercato italiano che europeo, numerose sono infatti le esposizione a cui prende parte: la Primaverile Fiorentina del 1922, la Terza Biennale di Roma del 1925, di novo la Biennale veneziana (1934). Non a caso alla Primaverile Fiorentina lo scultore viene introdotto in catalogo sottolineando il successo internazionale: «Trovandosi in Inghilterra si pose, per istinto, a studiare con amore gli animali del giardino zoologico di Londra e del Museo di storia Naturale di South Kensington; [...] nel 1911 il Tofanari si ebbe la medaglia d'oro all'Esposizione Internazionale di Barcellona e il gruppo premiato venne acquistato per quel Museo. A S. Francisco, a Roma a Firenze, Torino conseguì nuove onorificenze, ultimamente la Galleria d'arte Italiana di Lima (Perù) volle due gruppi di questo scultore modesto e operoso che ha compreso in modo così intimo la difficile psicologia delle bestie. La sua modellazione è nervosa e sicura, soprattutto dinamica, raggiunge i maggiori effetti colla [sic] più grande semplicità di linee e colla sintesi più essenziale di piani. Modesto, laboriosissimo, lavora e vende molto».

Nel 1937 l'artistasi trasferisce a Milano, città nella quale, più tardi, avvierà una collaborazione con la  Società Ceramica Italiana di Laveno. Muore a Milano nel 1969.

Fino dagli anni Dieci Tofanari si dedica e specializza nella rappresentazione di animali divenendo uno dei maggiori scultori tra i cosiddetti "animalisti" del Novecento italiano. I suoi soggetti vengono scolpiti con un'accuratezza anatomica che conferisce all'animale verità di posa e d'espressione e allo stesso tempo eleganza e virtuosismo. Della sua feconda produzione i critici dell'epoca celebravano oltre che le fini qualità di cesellatore anche la spiccata sintesi plastica e, nonostante le dimensioni ridotte, l'effetto di monumentalità evocato. L'utilizzo della tecnica di rinettatura e cesello solo dopo la fusione rende i suoi bronzi particolarmente raffinati e precisi.

L’opera Vecchio elefante, presentata in questa occasione, per la raffinatezza ed attenzione esecutiva è un chiaro esempio d'esecuzione degli anni Venti, ossia un periodo in cui le opere di Tofanari erano caratterizzate da un vibrante virtuosismo in cui la luce si andava modulando sui pieni e vuoti materici. Infatti, i dettagli anatomici dell’animale sono qui resi mediante profondi e netti solchi incisi nel metallo, oltretutto  accentuati dal movimento degli arti e della proboscide.

L'artista durante la sua carriera aveva realizzato vari modelli scultorei rappresentanti elefanti, tra questi si ricorda Elefantessa, dove l'animale veniva raffigurato in corsa con il suo cucciolo e di cui non solo il soggetto, ma anche lo stile, rimandano in modo inequivocabile all'opera Vecchio elefante presa in esame. Il gruppo scultoreo dell'elefantessa con il suo piccolo fu esposto insieme ad altre 40 opere raffiguranti diversi animali alla mostra allestita alla Galleria Pesaro di Milano nel 1923, intitolata Mostra individuale di Serafino Macchiati, Sirio Tofanari, Mario Sotgia. I due curatori dell'esposizione – Vittorio Pica e Giulio Ulisse Arata – in catalogo avevano così sintetizzato la poetica dell'artista: «[...] lo stile del Tofanari rifugge ormai dalla analisi di ogni accurata minuzia di freddi particolari calligraficamente scolpiti e di superfici sapientemente modellate e lisciate, ma più modernamente sintetizza in uno stile nervoso e sicuro, potentemente dinamico, con grande semplicità di linee e di piani. Tale sintetica semplicità lascia tuttavia ai suoi animali, agili e muscolosi, tutta la loro vita, ed arriva – in talune delle sue forme più perfettamente riuscite – a tradurci nella plastica quella profonda espressione della psicologia delle bestie libere e selvaggie [sic] che la penna di Kipling ci ha dato nei libri delle jungle» (Pica, Arata, Milano, 1923, p. 19).

Oltre ad Elefantessa, di cui l'immagine è riprodotta nel catalogo, alla mostra milanese viene esibita una seconda opera di analogo soggetto, elencata al n. 23 proprio con il titolo Vecchio Elefante, da identificarsi con la scultura qui presentata. Le caratteristiche generalmente associate ad un animale anziano bene si adattano all'elefante dalla zanna spezzata, le membra rugose e cadenti ulle zampe della scultura esaminata, che per questo può essere certamente considerata l'opera esposta nel 1923.


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