Johann Jacob FREY

(Basilea 1813 - Frascati 1865)


Paesaggio con il golfo di Gaeta da occidente


Olio su carta intelata, cm. 30 x 47


Bibliografia: Pier Andrea De Rosa, Johann Jacob Frey, 1813 - 1865. Nove inediti dipinti. Roma, 2017, ed. Solari Grafiche, pag. 15

Descrizione

Quando il pittore di Basilea Johann Jakob Frey giunge a Roma nel terzo decennio del secolo XIX la Città Eterna si avvia ad abdicare al ruolo plurisecolare di Capitale delle Arti e tuttavia vive una stagione artistica intensa nella quale la diffusa comunità tedesca può vantare il magistero e l’eredità di figure quali i pittori Nazareni, Joseph Anton Koch e Johann Christian Reinhart tanto per fare qualche nome.
Il suo primo domicilio è in via di S. Isidoro (oggi via degli Artisti) dal nome del convento omonimo che aveva accolto i Nazareni, quello così limpidamente ripreso, con l’esteso giardino, nel primo piano di una delle quattro grandi vedute di Roma dalla torretta di Villa Malta eseguite da Reinhart nel 1829-1835 per Ludwig I di Baviera che, da principe figlio dell’Elettore Massimiliano, aveva preso a frequentare Roma dal 1805 fino a diventare proprietario proprio della villa medesima sul Pincio. Le quattro vedute sono oggi vanto della Neue Pinakothek di Monaco.
Sulle orme del breve ma proficuo alunnato a Monaco dove operavano figure quali Johann Georg von Dillis, Carl Rottmann e Johann Wilhelm Schirmer, a Roma il giovane Frey si unisce alla vita della comunità artistica tedesca affiancandosi a quei pittori che promuovono lo studio della natura dal vivo insieme agli studi atmosferici della luce. E se Carl Blechen, Rottmann e Johann Heinrich Schilbach hanno già fatto ritorno in patria presto sarebbe giunto nell’Urbe Schirmer che nel 1827 aveva fondato, con il sodale Carl Friedrich Lessing, una “Associazione per la descrizione del paesaggio”. È ragionevole immaginare Frey tra i frequentatori dell’antico Caffè Greco, luogo privilegiato dagli artisti nordici e tedeschi le cui abitudini valsero loro la sonora stroncatura di Felix Mendelssohn-Bartholdy o della dirimpettaia “Trattoria del Lepre”, ai civici 9/10 di via dei Condotti, negli ambienti oggi sede di una celebre maison: tra l’altro la trattoria vantava “una lista giornaliera delle pietanze” da fare invidia ai migliori esercizi di oggi. In questi anni Frey matura l’indirizzo basico e irrinunciabile della propria arte con al centro il fascino e la ricerca della luce di Roma dell’Italia centro-meridionale e del Mediterraneo attraverso le variazioni e le cangianze atmosferiche impostate sul contesto naturale in una originale interazione luce/paesaggio/natura che si leverà presto a sigla originale ed esemplare della sua pittura.
Trascorre quindi periodi di lavoro a Napoli e contorni e in Sicilia privilegiando disegni e acquerelli con la ripresa agile e nervosa di brevi vedute, solinghi scorci vuoti di figure umane, insieme a studi di luce, di cielo e di nuvole. A meglio esprimere il valore e il significato della luce, non solo per Frey ma per gli artisti ultramontani in genere, valga questo aneddoto del pittore romano Nino Costa riferito agli anni Cinquanta del secolo: «Un giorno, assieme a Mason, stavo sotto la valle dell’Ariccia, dipingendo delle rocce al calar del sole in una delle splendide giornate invernali italiane. Passarono due contadini. Ed uno chiese all’altro ammiccando noi: Ma questi accidenti o che nun ce l’hanno li sassi ar paesaccio loro?. Li sassi ce l’hanno, ma nun cianno er sole, rispondeva l’altro».
Ma il futuro più prossimo aveva in serbo per Johann Jakob una coinvolgente, ancorché travagliata, esperienza umana ed artistica: l’incarico pervenutogli nel 1842 dal governo prussiano di far parte, in qualità di pittore, di una memorabile spedizione in Egitto ed Etiopia condotta dall’egittologo Karl Richard Lepsius, per altro suo amico ed estimatore. Malgrado Frey fosse costretto dalle condizioni climatiche ed ambientali ad abbandonare l’impresa anzitempo e fare ritorno a Roma attraverso la Grecia, questa esperienza aggiungerà novella e singolare linfa alla sua arte al punto che d’ora innanzi i dipinti di soggetto orientale incontreranno il favore dei suoi estimatori conferendogli un posto primario nell’apprezzato filone della pittura orientalista alla stregua del bellunese Ippolito Caffi attivo negli stessi luoghi ma con più ampio lasso temporale. Come era prevedibile, il soggiorno in Egitto con le nuovedominanze di cromie, il tessuto dell’atmosfera e della luce, i cieli, le albe, i tramonti si imprimono sulla pupilla del pittore e lo traggono a nuove esperienze coloristiche che si saldano con il backgroundmaturato a Monaco e negli anni romani sulle orme del lascito dei più innovativi tra gli artisti di cultura tedesca fino a segnalarsi a pieno titolo tra i maestri della pittura en plein air: aspetto questo finora trascurato dagli studi e che proprio questo nostro excursus si propone di rivalutare.

In Paesaggio con il golfo di Gaeta da Occidenteaggiunge un’altra componente dell’anima svizzera: l’affetto, oserei dire, per gli alberi e la vegetazione che prevale con maggiore ampiezza in Paesaggio nei dintorni di Roma. Qui trovi un fare diverso, forse più esplicito ed avvertito, che richiama un’osservazione di Letizia Norci Cagiano de Azevedo: «L’interesse preponderante di Frey per le piante e per gli alberi è ben lungi dall’essere epidermico o casuale; certo risente di una tendenza nordica comune a molti romantici, ma l’intensità sentimentale che anima certi suoi disegni di foreste e campagne è raggiunta attraverso un’abilità tecnica, uno studio così attento e insistente che può essere giustificato soltanto da una motivazione intima e complessa». L’adesione nostalgica al dato naturale si accentua nel confronto con i luoghi italiani e mediterranei fino a prevalere del tutto sugli edifici e le architetture mentre recupera un nuovo puntuale riscontro negli studi appassionati di fiori, di piante, di alberi, sovente caduti e marcescenti, così come degli animali che aiutano l’uomo nelle quotidiane incombenze: l’uomo appunto che così di rado compare nelle sue opere e sempre in ruoli a dir poco marginali. Il rapporto tra natura e architetture si fa esemplare sillogismo nella sua Veduta dei templi di Paestum sotto la pioggiadel Kunstmuseum di Basilea dove l’imperiosa mole degli antichi manufatti scade quasi a fievole silhouette sotto un subitaneo turbine di pioggia. Ed ecco che nelle stesse vedute finite di grande formato, in quelle così emblematiche di Roma, il verde cangiante della vegetazione e gli alti pini svettanti giungono ad occupare fino a tre quarti della scena con la Città relegata a lontano, e sovente impreciso, sottofondo. 


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