Antonio MANCINI

(Albano Laziale 1852 - Roma 1930)


Fanciulla in bianco, 1910-1914 c.


Pastello su carta riportata su tela
cm 76,5 x 56,5
Firmato in alto a sinistra: A. Mancini
Sul retro il timbro della Galleria Sacerdoti di Milano


Provenienza:
Milano, Galleria Sacerdoti; Collezione privata.


Esposizioni:
Antonio Mancini, a cura di Alfredo Schettini, Milano, Galleria Nova, 17 dicembre - 11 gennaio 1942.


Bibliografia:
Catalogo della vendita all'asta della raccolta Fernand Du Chéne De Vère, introduzione di Vittorio Pica, Milano, Galleria Pesaro, 1927.
Antonio Mancini, catalogo della mostra a cura di Alfredo Schettini (Milano, Galleria Nova, 17 dicembre - 11 gennaio 1942), Milano 1941, tav. XXVIII.
Alfredo Schettini, Antonio Mancini, Napoli, Stiped, 1953,
Dario Checchi, Antonio Mancini, Torino, UTET, 1966.
Antonio Mancini 1852-1930, catalogo della mostra a cura di Bruno Mantura e Elena di Majo, (Milano, Palazzo della Permanente, 16 settembre - 27 ottobre 1991), Roma, De Luca, 1991.
Antonio Mancini, catalogo della mostra a cura di Paolo Camporiano (Treviso, Centro Espositivo Permanente, 31 ottobre - 31 dicembre 2009), Treviso 2009.

Descrizione

Antonio Mancini nasce a Albano Laziale nel 1852 ma si trasferisce molto piccolo a Narni, dove il padre lavorava come sarto. Non appena deciso di intraprendere la carriera di pittore si trasferisce a Napoli per frequentare l'Istituto di belle arti, all'epoca diretto da Domenico Morelli e Filippo Palizzi. Durante questi anni di formazione il giovane Mancini si interessa ai ritratti ed ai quadri aneddotici, inoltre approfondisce la resa chiaroscurale studiando ed ammirando dal vivo la pittura del Seicento napoletano. Le opere eseguite tra il 1866 e il 1870 sono caratterizzate da un modellato ampio e da un ricco ventaglio cromatico, ed hanno come soggetti quasi esclusivi gli “scugnizzi” ed i popolani delle vie di Napoli, dove il pittore aveva condiviso lo studio con lo scultore Vincenzo Gemito fino al 1873. Nel 1872 partecipa al Salon parigino e l’anno successivo si trasferisce a Parigi dove lavora prima per la Maison Goupil, poi per il mecenate e pittore olandese Mesdag. Nella capitale francese grazie allo stretto contatto con le opere degli impressionisti, Mancini si interessa alla luce ed ai suoi meccanismi di riflesso, abbandona così le tonalità scure tipiche della sua prima produzione per approdare ad un colorismo più vivace e luminoso. Questa materialità cromatica si accentua ulteriormente dal 1880, quando il pittore tende ad ispessire sempre più il fondo delle sue composizioni con pennellate dense e vibranti. Tornato a Napoli, a causa di gravi e frequenti crisi nervose che lo avevano colpito in Francia, resta per quattro anni in una casa di cura continuando comunque a dipingere. Dopo qualche anno riprende a viaggiare soggiornando di nuovo a Parigi e poi a Londra. Nel 1879 torna a Napoli e nel 1883 si ristabilisce a Roma, dove tra la fine dell'Ottocento ed i primi anni del Novecento sottoscrive un contratto con due noti mercanti d’arte, il tedesco Messinger prima ed il francese Du Chêne dopo. Questi furono anni estremamente prolifici per Mancini, le cui opere erano ormai divenute celebre sia in Italia che all'estero. Muore a Roma nel 1930.

Il ritratto Fanciulla in bianco, esposto nel 1942 alla Galleria Nova di Milano con il titolo Giovanetta in bianco (cm 58 x 81), è uno splendido esempio della ritrattistica manciniana dei primi anni Dieci. Il disegno – riportato su tela – può essere ricondotto a quel nucleo di opere eseguite dal pittore tra il 1910 e il 1918 a Frascati, ospite di Fernand Du Chêne De Vère, ricco industriale francese nonché mecenate e committente di Mancini in questi anni, che si era preoccupato di allestire uno studio per l'artista al piano terreno della sua Villa Jacobini ed aveva pervaso l'intera dimora della sua produzione. Du Chêne, appassionato collezionista ed intenditore d'arte, poiché grande ammiratore di Mancini aveva deciso di stipulare con quest'ultimo un contratto che ne vincolava il lavoro. L'artista si ritirò quindi a dipingere nella villa di Du Chêne dove abitò quasi in totale isolamento, infatti frequentava esclusivamente i contadini e le contadine frascatane che utilizzava anche come modelli per i suoi ritratti. I soggetti prediletti durante questo periodo non differiscono molto da quelli eseguiti dal pittore precedentemente, ossia dame, menestrelli, paggi, gitane, contadine, venditrici di fiori e frutta, autoritratti. A villa Jacobini l'artista recupera un'inaspettata realtà umana che nel pastello, Fanciulla in bianco, si traduce con effetti di luci e delicatezze tonali che esaltano l'immediatezza espressiva ed il gesto quasi rubato alla giovane immortalata in procinto di versare dell'acqua da una brocca.
Da un punto di vista tecnico i ritratti eseguiti durante gli anni di lavoro da Du Chêne si caratterizzano per l’utilizzo del nero pece, elemento che poneva in risalto talvolta gli abiti altre volte i volti, ma comunque sempre gli sguardi molto espressivi. Tuttavia, la pittura di Mancini non trova la sua ragione di essere nella resa tecnica, quanto piuttosto nella necessità di realizzare un'atmosfera dalla quale far emergere una figura come rappresentazione viva, come sottolinea Schettini: «Nel Mancini è soltanto la visione realistica sempre più chiara e vibrante, che tende ad abolire le ombre e a intensificare le proprie qualità plastiche e tonali, portandole a un grado di straordinaria energia e concretezza pittorica» (Schettini, 1953, p. 184).
Nel ritratto esaminato il volto della donna, estremamente descrittivo, emerge dallo sfondo terroso mentre lo spazio è abolito da pennellate scarse, fatte di materia pittorica scura, che per contrasto chiaroscurale esaltano la candida veste. Il sorriso, qui solo accennato, accomuna il soggetto alle vezzose fanciulle che il pittore aveva spesso dipinto ridenti, vestite da ciociare, dame, andaluse o in costume rococò, sempre eleganti nei loro abiti di velluto nero o di raso bianco. Il colore e la luce restano due costanti nella produzione di Mancini, il suo principale  fine è, come sottolinea Pica, «fissare sulla tela in modo persuasivo le impressioni di rilievo, di colore o di luce che la realtà procura alle pupille»  (Pica, 1927, p. 14).
La modella di Fanciulla in bianco è verosimilmente la stessa giovane che aveva posato per un'altra opera di Mancini, Venditrice di frutta, anch'essa di proprietà di Du Chêne ed infatti presente nel catalogo di vendita del 1927 (Milano, Galleria Pesaro, 1927, tav. XXIII). L'utilizzo di una stessa modella non è un'anomalia nella produzione di Mancini, numerosi infatti gli esempi al riguardo: Ragazza in rosaRagazza in blu (Mantura, Majo, 1991, tavv. 39 e 40), Costume settecentesco e Roccocò (Milano, Galleria Pesaro, 1927, tav. XIII e XV), due tele con Figura di giovinetta (Galleria Pesaro, 1927, tav. XVII e XXIX).
La datazione proposta per il ritratto presentato è tra il 1910 ed il 1914, in accordo all'attribuzione cronologica proposta per la tela Fanciulla di profilo ridente, cm 73 x 55, (Camporiano, 2009, tav. 19), molto simile a Fanciulla in bianco per soggetto, tecnica esecutiva e dimensioni.


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